Lo Stato “ha il dovere di mantenere la neutralità confessionale e di astenersi dall’imporre, seppure indirettamente, alcun credo”. L’esposizione obbligatoria di un simbolo confessionale in luoghi in cui si esercita la funzione pubblica, “in particolare nelle aule scolastiche, restringe il diritto dei genitori di educare i figli secondo i propri convincimenti e il diritto degli alunni di credere o di non credere”. Così i giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso Lautsi contro Italia, i quali, pur riconoscendo la pluralità di significati del crocifisso, valutano come “predominante quello religioso”. “Che possano morire”, tuona La Russa. Simbolo religioso? Macchè. Come aveva affermato il Tar del Veneto, rigettando il ricorso della Lautsi, il crocifisso va considerato come simbolo non solo “dell’identità del nostro popolo, ma altresì di un sistema di valori di libertà, eguaglianza, dignità umana e tolleranza religiosa e quindi anche della laicità dello Stato”. Sarebbe quindi “sottilmente paradossale (sic) escludere un segno cristiano da una struttura pubblica in nome di una laicità, che ha sicuramente una delle sue fonti lontane proprio nella religione cristiana”. Dello stesso parere il Consiglio di Stato, secondo cui nella fissazione dei principi di laicità “ha avuto parte decisiva (insieme a quello marxista e liberale) l’elemento culturale di ispirazione cristiana”. Per i giudici italiani, insomma, il crocifisso in classe è cosa buona e giusta. Il problema è un altro: chi glielo dice ora, a Berlusconi, che bisogna appenderci anche il Manifesto del partito comunista di Marx? |AS|
Evento critico
In N.7, di AS on 10/11/2009 at 12:54In carcere si muore, in carcere ci si uccide. Appesi ad un lenzuolo, respirando gas nocivo, ingoiando una lametta. Lo hanno fatto in quarantasei nel 2008, stando al Rapporto Eventi critici negli istituti penitenziari del Ministero della Giustizia. Un suicida ogni mille detenuti. Può sembrare poco, non lo è. Soprattutto se si considera che fuori, tra la gente libera, il tasso è di uno ogni ventimila. Venti volte inferiore. Lo è ancora meno, poco, se si contano quelli che comunque ci provano, ad uccidersi. Dentro, sono quindici ogni mille. Uno e mezzo su cento, se vogliamo pensare che in almeno un caso su due si tratti di una messinscena. Scoveniente, considerate le condizioni dell’assistenza sanitaria in carcere. Talmente scadenti da rendere la fine cosa certa, anche quando solo simulata, nelle intenzioni. Se ne ricordi quel detenuto ogni dieci che violenta il proprio corpo con atti di autolesionismo, per insofferenza, depressione, o semplicemente nella speranza di essere mandato a casa o trasferito a miglior sede. E lo ricordino anche quei nove ogni cento che scelgono lo sciopero della fame come forma di protesta e, forse, di resistenza. In carcere, nessuno ha interesse a tenervi in vita, non c’è sondino naso-gastrico che tenga. Mal che vada, sarete annoverati tra i decessi per cause naturali. Letti questi numeri, si tira un sospiro di sollievo alla scoperta che almeno due detenuti su cento riescono a scappare. Beati loro. E che dio li scampi dall’incontrare agenti macellai. Che quelli, non ti danno neanche il tempo di entrare prima di farti fuori. Perdonali, Aldro. |AS|
Catch me, you can. Atto II
In N.7, di LÉNA on 10/11/2009 at 12:50Autodefinitosi “esploratore dello spirito”, il dr. Dabic partecipava a convegni pubblici e dispensava consigli su riviste specialistiche. Pugnace sostenitore della cucina macrobiotica, lo potevi ascoltare mentre pontificava, guru da strapazzo, dal misero tavolino del Luda Kuca, un baretto della periferia belgradese: dio solo sa quanto male fanno gli antibiotici, l’energia quantica umana è la cura! Sembrava inafferrabile, l’eroe mitologico Karadzic. Ma sarà sacrificato alla ragion di stato. Il macellaio di Srebrenica, che tanto sentiva il peso della storia sulle proprie spalle, era in fondo solo una pietruzza, ora calpestata, dello scosceso sentiero serbo verso l’integrazione europea. “Una pietra angolare del cammino della Serbia verso l’Europa”, titola la CNN. Già poche ore dopo la cattura, Frattini e il suo sorriso di plastica si congratulano con il governo serbo. Ai primi di luglio 2008, Boris Tadic, giovane presidente serbo, aveva nominato Sasha Vukadinovic, sbarbato trentaseienne, a capo della Bia, l’agenzia di intelligence statale. Dopo soli venti giorni, il superlatitante è in manette. Un arresto lampo che la squadra che ha snidato Provenzano se lo sogna. Rimasto a piede libero con uno stuolo di forze militari internazionali alle calcagna, è bastato un rimpasto governativo a Belgrado per consegnarlo al Tribunale Penale Internazionale. La Nato e i suoi contingenti speciali sulle tracce dei criminali di guerra meritano però le dovute attenuanti: i loro sforzi sono tutti per Osama Bin Laden, che pare sia stato avvistato girare in motocicletta per i sentieri del Pakistan. |LÉNA| (Leggi l’Atto I)